Giovani vignaioli

Marco, il vignaiolo, si racconta

Quando parlo di vino, mi viene naturale, e sottolineo l’espressione “mi viene naturale”, parlare di paesaggi, della mia famiglia, della nostra casa, del legame con la terra, del clima, della natura che ci circonda e della cultura in cui siamo immersi.

Ora, vivo ogni giorno il mondo del vino, conosco il marketing subdolo e non, la degustazione moderna, i vini naturali, quelli convenzionali, chi è contro e chi a favore, lo sviluppo, la decrescita, il biodinamico.

“Naturale” per me non ha lo stesso significato di selvatico, e cioè “che si fa da solo”. Il vino è “naturale” perché ha una sua natura già definita ancor prima che noi ci si metta la mano. E quella Natura risiede nel territorio e nelle caratteristiche uniche di ogni vitigno. Ma soprattutto, “naturale” perché la mia cultura personale lo esige così, il vino. È naturale rispetto a me.

E si badi bene, la mia cultura è quella che mi hanno trasmesso i miei genitori, i nonni e così via, è quella contadina, oserei dire “italiana” seppur dimenticata da molti in nome dell’innovazione.

Oggi, la cultura imperante del vino nella società globalizzata è diversa dalla mia personale e così io sono una nicchia e tanti vignaioli come me muoiono.

Io dico, bene il miglioramento! Nell’ottica però in cui si pongono in atto nuovi processi per scovare quella verità di fondo di ogni vitigno, di ogni territorio, per scovare la sua vera natura, non per manipolare il vino guidati da meri interessi di mercato o in favore di un’estetica vuota, come vuole la moderna degustazione.

Giungiamo al nostro vino, che vuole essere, per citare Mario Soldati, scoperto e conosciuto in solitudine o nella religiosa compagnia di pochi amici. Questo perché? Molto dipende da come ero io da ragazzo e come sono tuttora. Non mi sono mai piaciute le feste con molti invitati e il rumore al posto della musica. Ho sempre preferito la luce soffusa di una baita, in compagnia di veri amici e dei miei fedeli cani, oltre che di Gaber e Dalla.

Non sono sommelier e nemmeno enologo. Sono una persona prima di tutto. In quanto tale ho delle passioni, provo delle emozioni. Cosa mi ha mosso ad intraprendere la strada del vino? Beh, la passione per il mondo agricolo, quello in cui sono nato e cresciuto prima di vivere la città, Milano; l’emozione che provo quando penso a mio nonno Settimo; il sapore che il vino da alla mia esistenza; la possibilità di esprimere la mia creatività, di far parlare il mio linguaggio artistico.

Bere il vino significa viaggiare, scoprire una terra, quel fazzoletto di terra specifico, intrattenere un dialogo con la storia e con dei vignaioli. Questo è il mio vino. Non stabile, ma altamente instabile. Il vino non può essere paragonato ad altri beni di consumo, non può adeguarsi alla produzione industriale. Il prodotto di questa cultura, industriale, non è il vino, dovremmo parlare di sostanze idro-alcoliche, bevande lisce o gassate.

Tutto questo ha un origine: il progressivo allontanarsi dalla campagna, dalla cultura agricola, verso la città. Il vino di oggi può essere definito benissimo come il prodotto della cultura urbana e globalizzata.

Non sono un no-global (in questo ambito è sempre bene spiegare, l’esperienza insegna). Il mondo è sempre stato collegato ed io ne sono assolutamente a favore. In questo modo posso provare l’enorme piacere di sapere che l’altro esiste: ci saranno sempre nuovi territori da scoprire, nuove persone da incontrare, nuovi vini da bere.

PREC.

Flavia Albu e Podere del Maro

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Il vino buono

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