La sfida del cambiamento climatico

Il ruolo dei giovani e dell’agricoltura per il futuro

Dopo anni di inchieste giornalistiche, lotte di produttori, letteratura critica, notiziari in subbuglio, il 15 marzo è tempo di un’azione concreta che metta in evidenza il disagio della popolazione globale, soprattutto giovanile, di fronte al cambiamento climatico. Venerdì è prevista una manifestazione per il clima, promossa soprattutto dalle giovani generazioni messe al muro da scelte politiche che non fanno – o che non vogliono fare – abbastanza e che spesso favoriscono gli interessi dei potenti.
La protesta si è diffusa rapidamente, con una portata globale, e ha coinvolto fin da subito i giovani, perché dai giovani è partita. La promotrice della manifestazione di venerdì è Greta Thunberg, un ragazza svedese di soli 16 anni che già da qualche anno ha portato avanti la sua azione di sciopero dalla scuola ogni venerdì (iniziativa che ha chiamato “Fridays for Future“, ossia “I Venerdì per il futuro” ) per chiedere in primis al governo svedese, ma indirettamente anche a tutti gli altri Stati, di agire concretamente e immediatamente per risolvere la questione della crisi climatica.
Alla conferenza mondiale per il clima (Cop 24), che l’anno scorso si è tenuta a Katowice, in Polonia, dal 3 al 14 dicembre, Greta ha colpito tutti pronunciando un discorso in aperta critica verso la classe politica mondiale. Con la sincerità e la forza d’animo che sono distintivi della sua età, questa ragazza ha espresso un pensiero coraggioso e di impatto che si sta diffondendo e sta diventando un esempio per molti altri giovani che desiderano essere ascoltati.
Riportiamo qui una parte del suo discorso:

 

«Nel 2078 festeggerò il mio settantacinquesimo compleanno. Se avrò dei bambini probabilmente un giorno mi faranno domande su di voi. Forse mi chiederanno come mai non avete fatto niente quando era ancora il tempo di agire. Voi dite di amare i vostri figli sopra ogni cosa, ma state rubando loro il futuro davanti agli occhi. Finché non vi fermerete a focalizzare cosa deve essere fatto anziché cosa sia politicamente meglio fare, non c’è alcuna speranza. Non possiamo risolvere una crisi senza trattarla come tale. Dobbiamo lasciare i combustibili fossili sotto terra e dobbiamo focalizzarci sull’uguaglianza e, se le soluzioni sono impossibili da trovare in questo sistema, significa che dobbiamo cambiarlo! Non siamo venuti qui per pregare i leader a occuparsene. Tanto ci avete ignorato in passato e continuerete a ignorarci. Voi non avete più scuse e noi abbiamo poco tempo. Noi siamo qui per farvi sapere che il cambiamento sta arrivando, che vi piaccia o no. Il vero potere appartiene al popolo».
(il discorso completo, della durata di pochi minuti, si trova QUI).

 

Agricoltura e cambiamento climatico

In un suo – breve ma intenso – saggio, intitolato “Agricoltura e cambiamento climatico”, Fritjof Capra (fisico austriaco e teorico dei sistemi, ma anche saggista di fama internazionale che si occupa tuttora di sviluppo sostenibile ed ecologia) mette in evidenza l’inevitabile e malsana connessione creatasi nei secoli tra quell’agricoltura che definiremmo “convenzionale” e l’attuale crisi climatica. 
«Il legame tra agricoltura industriale e cambiamenti climatici è duplice: il nostro sistema agricolo attuale, infatti, è allo stesso tempo vittima e carnefice della crisi climatica. Essendo basato soprattutto sull’agricoltura di tipo chimico [che cioè utilizza sulle colture una grande quantità di pesticidi che risultano nocivi non solo all’ambiente ma, soprattutto, all’essere umano stesso], da un lato espone il terreno ad eventi atmosferici estremi, come siccità e alluvioni e allo stesso tempo le monocolture tipiche di questo tipo di agricoltura sono molto vulnerabili agli eventi climatici estremi diventati così frequenti a causa del riscaldamento globale. Dall’altro lato l’agricoltura industriale contribuisce in maniera significativa alle emissioni di gas serra responsabili del cambiamento climatico, perché fa ricorso ai combustibili fossili e consuma elevate quantità di energia».
Questo passo è già di per sé chiaro su quali siano i rischi a cui si va incontro nel continuare a basare la produzione agricola su metodi che, avvalendosi quasi esclusivamente di sostanze chimiche, rendono il nostro suolo sterile e la nostra atmosfera inquinata. Gli olivicoltori di tutta Italia ne sono consapevoli e quest’anno sono già scesi in piazza, a Roma, per protestare: secondo lo studio “Salvaolio” della Coldiretti, infatti, il drastico calo della produzione registrato in questa raccolta (che risulta dimezzato rispetto alla precedente) è dovuto agli effetti del cambiamento climatico. Il freddo e il gelo l’anno scorso hanno compromesso circa 25 milioni di ulivi e hanno fatto crollare il raccolto che quest’anno si è avvicinato addirittura ai minimi storici (200 milioni di chili) [fonte: Corriere della Sera].
La stessa Fao (Organizzazione delle nazioni unite per l’alimentazione e l’agricoltura) il 22 febbraio 2019 ha pubblicato il primo rapporto sullo stato della biodiversità mondiale per l’alimentazione e l’agricoltura, in cui illustra il danno irreversibile e catastrofico causato dall’agricoltura estensiva e industriale alla biodiversità del nostro pianeta, in particolare quella legata al cibo. In questo rapporto vi è una forte denuncia della riduzione delle diversità delle coltivazioni e delle razze da cui dipende la nostra alimentazione, la distruzione di habitat e terre desinate alla coltivazione e l’insostenibile gestione delle risorse naturali. È inoltre importante ricordare che una delle maggiori cause della crisi climatica è l’allevamento intensivo, legato direttamente all’agricoltura industriale (vi consigliamo in merito il bellissimo e utilissimo documentario di Leonardo Di Caprio, “Cowspiracy”). 
Il danno dunque non solo è percepibile, ma anche provato e denunciato da istituti del tutto competenti e autorevoli in materia, quali la Fao e la Coldiretti, insieme a molti altri.
Il pericolo e la paura di un collasso del sistema agricolo sono reali, ma, allo stesso tempo, tornando al saggio di Fritjof Capra, 
«fortunatamente esiste un’alternativa all’agricoltura industriale e cioè l’agroecologia, un insieme di tecniche agricole basate su principi ecologici adottati in tutto il mondo. Grazie a queste tecniche, è possibile coltivare cibi sani in modo sostenibile e decentralizzato, nel rispetto della biodiversità, delle comunità e dell’efficienza energetica».
L’agroecologia è l’alternativa praticabile più sostenibile e l’approccio del metodo biodinamico all’agricoltura e all’allevamento, con i valori e l’etica che questo porta con sé, ne sono l’espressione più forte e diretta. I giovani che tornano a lavorare in campagna, che fuggono dall’inquinamento delle città e che vogliono un mondo migliore per il loro futuro e quello dei loro figli, sono gli stessi che il 15 marzo prenderanno parte alla manifestazione mondiale per il clima.
Noi, Matilde e Marco, parteciperemo come giovani e come agricoltori alla grande marcia prevista a Milano, che partirà da Cairoli alle 9:30. Chiunque può partecipare e far sentire la sua voce: QUI trovate tutte le informazioni organizzative necessarie. 
Cambiare si può, e uno dei modi migliori di farlo è “coltivare” insieme il nostro futuro!
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